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Marie Antoinette live @UnPop (5/11/2010)

Marie Antoinette si chiama Letizia ed è una ragazza di Pesaro. Tempo fa avevo scritto del suo disco, un po’ annoiato dai toni esasperati, da un’ideologia femminile d’altri tempi – ma pur sempre anacronistica – nonché dal titolo dell’album (I Want To Suck Your Young Blood) troppo splatter per i miei gusti.

Ieri sera Marie Antoinette ha suonato qui a Reggio Calabria, all’UnPop, facendo un live davvero, davvero bello. Lei è una cantautrice, decisamente punk – nonostante la categoria sia fuori tempo massimo – e, all’aspetto, è una specie di suicide girl minuta e dal forte accento pesarese; il disco, sostanzialmente, è il riflesso musicale di questa estetica e, l’ho scritto, non è proprio tra i miei gusti. Ma, cavolo, ieri sera è stata davvero eccezionale. Mi ha colpito la sincerità disarmante di questa ragazza, la forza che esplodeva dopo i primi accordi, quando si trattava di raccontarci la sua vita, le sue storie. Il personaggio via via è scomparso ed è rimasta Letizia, eroina personale che tiene Giovanna d’Arco a modello: una santa tatuata sul braccio.

Il live, nonostante i decibel della sua voce, è stato qualcosa di intimo, forte di un’eleganza che ha preso forma dalla grande espressività di Marie Antoinette.

Questa canzone l’ho scritta a 17 anni, quando prendevo benzodiazepine.

È una frase che non ti aspetti necessariamente nel mezzo di un concerto, nonostante l’abito talvolta faccia il monaco e i pregiudizi si fanno strada senza che neppure te ne accorgi. Eppure. Banale a dirsi, la musica sembra che abbia lenito alcune sofferenze e, certo, non sono fatti miei ma chissà quante altre cose ci stanno dietro: quali dolori, quali ferite. I want to be è una frase che ritorna in più canzoni; voglio essere perché ancora non sono.

Temi di un’adolescenza – in genere, complessa di default – che per molti di noi è lontana ma che non per questo va ridicolizzata e sminuita; mi piace pensare che l’amore ci abbia messo del suo – il disco è dedicato al suo ragazzo – e in qualche modo abbia disperso le nuvole di solitudine che imprigionavano la musica di Letizia.

I want to be your Jean of Arc riding trough the dark.

Alla fine del concerto, le ho fatto i complimenti: era preoccupata che il live fosse troppo povero e se n’è perfino scusata. Secondo me rende più del disco, invece.

[le foto sono di Arianna Malara che ringrazio per la sua consueta cortesia.]

Comanec+Fjelds@Unpop

Mi chiedo ancora come sia possibile tenere il palco suonando due chitarre e – al più – un banjo, senza che gli spettatori cadano in un sonno profondissimo. E dire che la mezzanotte era passata da un po’. Ma i Comaneci hanno avuto questa grande capacità. Sì perché, Venerdì scorso all’UnPop (sempre di più il place-to-be dei musicofili reggini) Glauco&Francesca ci hanno incantato. I pezzi dei Comaneci sono tutto sommato semplici ballate alt-folk, costruiti su giri di accordi neanche troppo complessi, eppure.

C’è qualcosa di davvero speciale nella voce di Francesca, come una grazia ruvida e incredibilmente attraente che ti investe con luminosità e nostalgia. E non si può far altro che ascoltare in silenzio, esitando – persino – ad iniziare ad applaudire. Ed il concerto è andato così, con un sorprendente feeling tra pubblico e musicisti. I Comaneci sono un duo di Ravenna ed il loro ultimo disco, You A Lie, è uscito per Madcap, Fooltribe e Here I Stay. Il disco lo trovate qui in streaming integrale.

Dopo i Comaneci, hanno suonato i Fjelds, band di Reggio dall’ottimo potenziale, ancora in bilico tra atmosfere glaciali e alternative, costruite su suoni ricercati e un elettropop che – sinceramente – mi piace molto, molto di più. Da riascoltare assolutamente.

Fjelds@myspace

upgrade:
[mi sono dimenticato di ringraziare Arianna M. – perdonami! – per le preziose e belissime foto!!!]

Murnau: L’Angelo Memore (2008) e Live@Random

Se dovessi dire cosa mi piace di più dei Murnau probabilmente insisterei sulla assoluta padronanza che hanno del loro linguaggio musicale: personale – nonostante la chiarezza con cui escono fuori riferimenti ai gruppi storici del postrock – maturo, convinto. La musica parte dal basso, in un crescendo rossiniano di accordi che si abbracciano, corde che si sfregano e frasi incerte ed allusive; e allora può accadere che senza neppure volerlo, un riverbero freddo e sincero come un cappotto usato d’inverno ti avvolga (in Seta è proprio così e non sarà un caso). Probabilmente è ancora da affinare il rapporto tra la voce e tutto il resto perché la forma canzone un po’ indebolisce l’impatto sonoro che – nei brani strumentali come Goccia o Munter – è davvero di alto livello.

L’Angelo Memore è il loro primo disco ed è uscito per Seahorse, distribuito da Goodfellas.

Live @ Random (RC 24.10.09)

Sabato scorso i Murnau hanno suonato al Random di Reggio Calabria – la loro e la mia città – riempiendo il locale; come capita spesso, c’era gente troppo figa per star zitta ad ascoltarsi un bel concerto sorseggiando soddisfatta una qualunque bevanda. Dribblando un paio di giubbotti di pelle, mi è stato possibile capire che avevano iniziato e probabilmente l’atmosfera e il casino circostante han reso il live molto più duro e ruvido di quanto invece non sia il disco. Frastornato ma comunque incuriosito, ho versato il mio obolo alla causa, ho abbracciato Claudio – il leader della band – e son tornato a casa. Sdraiato, ho scartato il disco e ho pensato che le due di notte erano comunque un orario onesto per premere play.

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